Tutti noi abbiamo bisogno di eroi e di eroine. Persone che siano punti di riferimento, che possiamo rispettare e in cui credere. Ricordo che da bambina guardavo il Tour de France in tv: Guardavo il serpente multicolore dei ciclisti che si faceva strada controvento nelle campagne, sostenuto da tifosi a migliaia e che vedeva il suo culmine nella spettacolare conclusione sotto l’Arc de Triomphe. Da bambini innocenti non abbiamo mai avuto dubbi su questi sforzi sovrumani; da adulti, siamo fin troppo consapevoli che alcune di queste performance sono accresciute usando un’ampia gamma di sostanze proibite. E la cosa è tristemente vera anche per il triathlon.

Non ho mai incontrato personalmente alcun atleta, AG o professionista, che abbia usato, o stia usando, sostanze che migliorano la performance, (PED o Doping tout court, n.d.T.). Ma i test positivi, sia su distanza olimpica che Ironman, provano che la pratica accade. potrebbe non essere molto diffusa come in altri sport, ma è lì. tuttavia, sembra eeserci una coltre di silenzio che pesa sull’uso di PED nel triathlon, con i media, gli atleti, gli organizzatori e gli sponsor che tengono le labbra serrate sull’argomento. E’ come se parlandone e rendendo note le tue opinioni, il pubblico posa pensare (malignamente9 che tu abia qualcosa da nascondere.

non ho iniziato a fare triathlon aspettandomi di vincere alle Hawaii o anche solo un Ironman. Ho iniziato perché andavo bene a livello age group, mi piaceva lo sport e in sostanza perché volevo vedere dove sarei potuta arrivare. Il mio successo, e la sua rapidità, hanno stupito tanto me quanto gli altri. Ho realizzato di non aver seguito i riti di passaggio o seguito il tradizionale sentiero verso il successo sportivo, e come risultato mi sono ritrovata al centro di alcune dicerie e accuse. Ma ritengo che sia il mio lavoro come atleta professionista ad essere limpido, a riguardo di ciò che ambisco e dei miglioramenti che voglio vedere realizzati. Non pretendo di avere tutte le risposte, ma vi sono alcune opzioni che credo sia meglio esplorare. In primis, mi piacerebbe vedere le federazioni nazionali, gli atleti, la World Triathlon Corporation e gli organizzatori delle gare, adottare una politica anit-doping più forte, più rigorosa e più costante e coerente. Ovviamente, ciò richiede fondi. potrebbe essere finanziata tramite una tassa sull’iscrizione alla Federazione (che è ciò che fanno in Germania); tramite una percentuale delle iscrizioni alle gare; dagli atleti pro direttamente 8per esempio, con una somma annuale da pagare ad un organismo centrale); o tramite sponsorizzazioni private. non è necessario che l’una strada escluda l’altra; forse la combinazione di alcune potrebbe funzionare, con i soldi raccolti che confluiscano ad un organismo centrale per sostenere i test a livello globale.

In secondo luogo, c’è bisogno di più costanti- e regolari, controlli in gara, in special modo nell’Ironman. Attualmente, ciò è lasciato alla discrezionalità dell’organizzatore della singola gara. non tutte le gare Ironman conducono i test, anche se sono stati distribuiti premi in denaro. Dovrebbero essere obbligatorio sottoporre a test nel dopo-gara tutti gli atleti che abbiano avuto accesso a premi in denaro.

terzo, vorrei vedere test per tutti gli atleti pro al di fuori delle gare. Al momento, nel Regno Unito, solo gli atleti che rientrano nel Programma Olimpico sono soggetti alla WADA e all’Anti-doping Administration and Management System (ADAMS), cui contribuisce il Comitato Olimpico britannico. (E, per la cronaca, fin dal dicembre del 2007 mi sono volontariamente sottoposta al protocollo, ed ho avuto 5 test negativi delle urine, lontano dalle competizioni.)

Quarto, ci sideve assicurare che tutti gli atleti abbiano accesso ad informazioni aggiornate, accurate e di facile comprensione su cosa possano e non possano assumere (inclusi gli integratori alimentari). in realzione a questo, dobbiamo premere affinché vi sia una regolamentazione globale più stringente sulla produzione di integratori e di alimenti/bevande per lo sport, e affinchè i produttori aderiscano a tali stringenti controlli di qualità, allo scopo di garantire gli atleti che i prodotti non contengano sostanze dopanti.

Infine, il silenzio NON è d’oro! Starsene lì seduti con le bocche cucite o apatici non aiuterà nessuno. E’ solo parlando ad alta voce, che gli atleti - pro ed amatori allo stesso modo - possono sperare di portare un cambiamento; sostenere l’integrità e la buona reputazione del nostro sport; assicurarsi che la competizione sia pulita e corretta; portare le prove che le persone possono raggiungere grandi cose senza bisogno di barare; e dare ai ragazzi eroi ed eroine in cui possano davvero credere.

(da 220 Triathlon, n°233, maggio 2009 -traduzione: Mac)

6 commenti per “Chrissie Wellington sul doping”

spero per lei che sia veramente mastrolinda ;-)

questo articolo lo conservo….

e spero anche che lo sviluppo del mandibolone sia causato da un ritardo biologico…ahahahahahahahah in fondo anch’io a 33 anni ho poca barba e piano piano aumenta ;-)))

Io so che ha bevuto del magicosuccoduva e questo la rende invincibile !

verissimo e perciò deve rimangiarsi tutto quello che ha detto…mai accettare il nettare di Bacco da uno sconosciuto un po’rasta…..

Sarò ingenuo, ma fintanto che non ci sono test positivi io considero un atleta doping free.

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